Firenze, 25 maggio 2019. La morte della bellezza
Il liquido sfrigolante scivolava lentamente, come sangue,
sul lato destro del dipinto. Uno di quei dipinti del quindicesimo secolo i cui
colori si sono conservati sorprendentemente vividi e compatti. La ricetta di quei
colori preziosi veniva tramandata di maestro in discepolo, un tempo, nelle
antiche botteghe d'arte. Quando le botteghe chiusero, la ricetta fu
dimenticata. Con tutti i loro sofisticati strumenti d'analisi, gli esperti
moderni non sono mai riusciti a scoprire l'esatta composizione chimica di quei
colori. La sapienza delle antiche botteghe d’arte è inaccessibile alla scienza
moderna. Ed ora l'acido si portava via in pochi istanti quei colori e il loro
segreto. Il medesimo acido che, nei paesi musulmani, gli uomini gettano sulle
donne che rifiutano il loro amore. Un amore pieno d'odio. E adesso veniva
distrutta dall'odio la figura femminile sulla destra del dipinto. Essa
rappresentava Eva in veste di Flora. Dalla sua bocca usciva il lembo del frutto
proibito. Neanche una goccia d'acido era caduta sulla testa della verde figura
alata alle sue spalle. Quella figura rappresentava allo stesso tempo Zefiro,
dio del vento, e Lucifero. L'Odio in persona. Poi furono inondate d'acido le
tre fanciulle che danzavano in cerchio sul lato sinistro del dipinto. Esse
rappresentavano allo stesso tempo le Grazie greche e le virtù teologali: Fede, Speranza e Carità. Poi un'onda
d'acido travolse gli occhi ridenti, il sorriso amorevole e l'abito fiorito
della donna che camminava davanti ad Eva. Infine, l'acido cancellava il volto
della gentile ed onesta donna posta al centro di quel giardino, mentre l’uomo
alla estrema sinistra del dipinto veniva trafitto da una raffica di pallottole.
La donna era Beatrice, l'uomo Dante. Proprio loro. Sandro Botticelli aveva
dipinto una allegoria dell'incontro di Dante e Beatrice nel giardino dell'Eden,
in cima alla montagna del purgatorio. Il sommo poeta era raffigurato come
Mercurio, il costruttore della lira d'Apollo, simbolo dell'arte poetica. Come
Mercurio Psicopompo era volato sull'Olimpo dopo avere attraversato il regno dei
morti, così Dante si apprestava a volare verso i cieli del paradiso dopo avere
attraversato l'inferno e il purgatorio. Le fiammelle ricamate sulla sua veste
rossa erano una allusione al fuoco purificatore del purgatorio. Dopo essere
passato attraverso il fuoco del purgatorio, liberandosi dal peccato d’Adamo,
Dante è ammesso nel giardino da cui Adamo era stato scacciato. I nomi di
Adamo e Dante, unendosi, formano "adamante", ossia diamante, che si
può leggere anche "ad amante". Dante paragona il cielo della Luna al
diamante trapassato dalla luce del sole, metafora dell'uomo percorso dai raggi
della grazia: "Parev'a me che nube ne coprisse/ Lucida, spessa, solida e
pulita,/ Quasi adamante che lo sol ferisse" (Par II, 31-33). La
"nube" verso cui si protendeva Dante-Mercurio nel dipinto
rappresentava proprio il cielo della Luna e, contemporaneamente, il simbolo
biblico di Dio Padre. Botticelli aveva piantato nel suo giardino pittorico
diversi tipi di fiori, tutti connessi a dei precisi significati simbolici. Ad
esempio, la margherita è simbolo di purezza, la viola è simbolo delle virtù
cristiane, il garofano è simbolo del sacro. Nella Divina Commedia, il
fiore è simbolo allo stesso tempo di Cristo e di Firenze ("Fiorenza"
in origine). Nel giardino in cui è "primavera sempre" (Purg.
XXVIII, 143) appare Matelda, personificazione della sapienza: "Una donna
soletta, che si gìa/ Cantando e scegliendo fior da fiore/ Ond'era pinta tutta
la sua via" (Purg. XXVIII, 40-42). La donna sorridente e fiorita
sulla destra del dipinto metteva un piede davanti all'altro, proprio come
Matelda nei versi di Dante: "Come si volge con le piante strette/ A terra
ed intra sé donna che balli,/ E piede innanzi piede a pena mette,/ Volsesi in
su i vermigli ed in su i gialli/ Fioretti" (Purg. XXVIII, vv.
52-56). Matelda ha due occhi seducenti come quelli di Venere quando fu colpita
dalla freccia di Cupido in presenza di Adone: "Non credo che splendesse
tanto lume/ Sotto le ciglia di Venere, trafitta/ Dal figlio fuor di tutto suo
costume" (Purg. XXVIII, 64-66). Nel dipinto, il figlio di Venere
stava al di sopra di Beatrice. In paradiso l'amor profano, rappresentato da
Cupido, non è più in conflitto con l'amor sacro, rappresentato da Beatrice. In
cielo l'eros e l'agape sono due aspetti di un medesimo,
infinito Amore. Sulla terra, invece, l'eros è separato dall'agape
ed esposto al rischio del peccato. Quando nell'Eden rivede l'amata Beatrice,
Dante arrossisce di vergogna perché sa di non avere sempre vissuto in maniera
pura l'amore: "Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte: / Ma, veggendomi
in esso, i trassi all'erba, / Tanta vergogna mi gravò la fronte" (Purgatorio,
XXX, vv. 76-78) L'amore fra i due sessi è come una scala tesa fra il cielo
della beatitudine e gli abissi della dannazione. E' molto facile scivolare
verso il basso, verso la lussuria; è molto faticoso salire verso l'alto,
infinitamente in alto, fino all'infinito. Ma la grazia rende l'uomo capace di compiere
questa faticosa ascesa dall'amore all'Amore. Nel giardino dell'Eden, la
fanciulla amata appare a Dante come figura di Cristo, Dio fatto uomo. Ebbene,
l'Islam fondamentalista considera sommamente blasfema l'idea di Dio fatto uomo.
La
mattina del 25 maggio 2019 un centinaio di turisti stavano in fila davanti
all'entrata degli Uffizi, a Firenze. In mezzo alla fila, stavano quattro
ragazzi vestiti con delle lunghe sottane mediorientali. Uno di loro era biondo
con gli occhi azzurri, gli altri tre avevano i capelli neri e la pelle
olivastra. Mentre i turisti attorno a loro chiacchieravano, ridevano, bevevano,
sfogliavano le guide turistiche o guardavano le foto sugli schermi delle loro
macchine digitali, i quattro se ne stavano immobili e silenziosi l'uno di
fianco all'altro. Davanti a loro stava un uomo di mezza età con i pantaloncini
corti e la camicia a fiori. Si voltò e sorrise. I turisti sorridono sempre,
anche agli sconosciuti. Il loro animo trabocca di felicità. L'effimera felicità
delle vacanze. I luoghi delle vacanze sono luoghi magici, lontani dai grigi
luoghi del quotidiano. Il tempo delle vacanze è un tempo magico, libero dai
doveri e dalle preoccupazioni del quotidiano. Quel punto magico del tempo e
dello spazio che si chiama vacanza è l'ultima utopia dei moderni. Le vacanze
sono l'unico senso della loro vita. Essi considerano la quotidianità come uno
spiacevole intervallo fra una vacanza e l'altra. I turisti in vacanza si
sentono tanto felici quanto buoni. Talmente buoni, che non riescono a pensare
male di nessuno. Al buon turista con la camicia a fiori, i quattro silenziosi
ragazzi vestiti all'orientale sembravano dei gran bravi ragazzi. Moriva dalla
voglia di parlare con loro. Pensava che sarebbe stato bello riportare a casa,
fra i ricordi di viaggio da raccontare agli amici, pure una bella discussione
sul dialogo e sulla tolleranza con dei bravi ragazzi musulmani che facevano la
fila per vedere i Cristi e le Madonne del Rinascimento. Quindi prese coraggio,
si schiarì la voce e domandò qualcosa, in inglese, al ragazzo con gli occhi
azzurri. Questi non aprì bocca e non mosse la testa. Si limitò a volgere gli
occhi verso gli occhi del turista, fissandolo per alcuni interminabili istanti.
Al centro di quegli occhi azzurri, sembrava aprirsi un abisso nero e vuoto,
senza fine. Al turista parve che uno spiffero gelido sfuggito da quel abisso
fosse penetrato fin dentro la sua anima. Profondamente turbato, si voltò senza
dire più niente. Estrasse dalla tasca un depliant piuttosto insignificante e
cominciò a leggerlo. Alzò gli occhi dal depliant solo davanti alla cassa. Prese
il biglietto e si allontanò in fretta all'interno dell'edificio. I quattro
ragazzi dietro di lui, invece, non avevano alcuna fretta. Camminavano
lentamente. I loro occhi tranquilli e allucinati erano fissi in avanti. Giunti
davanti alla Primavera di Sandro Botticelli, si fermarono. Un ragazzo
parlava animatamente alla sua fidanzata, indicando ora un particolare, ora un
altro particolare del dipinto. La ragazza guardava attentamente dove lui
indicava. Poi i suoi occhi si volsero verso gli occhi del ragazzo, quasi
fossero magneticamente attratti. L'amore la distraeva dall'arte. Mentre la
ragazza lo fissava adorante, il ragazzo smise di parlare, troncando una frase a
metà. Il suo sorriso si spense lentamente, la testa si piegò dolcemente di lato
e un torrente di sangue comincio a uscire dalla sua bocca. Cadde a terra e,
dietro di lui, apparve il ragazzo biondo vestito all'orientale con una
minuscola pistola in mano. Aveva sparato sulla schiena del ragazzo col
silenziatore. Alle sue spalle, gli altri tre stavano sfilando le armi dagli
stivali. Si trattava di nuovissime, micidiali armi semiautomatiche di piccole
dimensioni, fatte di un materiale speciale che i metal detector non
possono rilevare. Il volto della ragazza era pietrificato in una espressione di
stupefatto sgomento. Non riusciva a capire quello che stava succedendo, perché
stava succedendo troppo in fretta. Colui che alcuni secondi prima le parlava
d'amore e di bellezza, adesso giaceva sanguinante ai suoi piedi. Un istante
dopo una pallottola le devastava la fronte. Cadde sul suo amato. Il sangue dei
due ragazzi si mescolò sul pavimento. Solo allora qualcuno urlò. La gente cessò
di vociare, si udirono i primi colpi. I quattro stavano sparando in tutte le
direzioni. Urla strazianti cominciarono a risuonare per la sala, coprendo il
rumore degli spari. Le urla divenivano sempre più forti. Poi cominciarono a
diradarsi. Poi fu quasi silenzio. A terra giacevano venticinque corpi senza
vita. I vivi erano tutti fuggiti. L'eco delle urla era sempre più lontano. A
quel punto i quattro si voltarono verso l'opera di Botticelli e a turno,
pronunciando delle parole rituali, gettarono sul dipinto l'acido che avevano
portato dentro le borracce a tracolla. Alla fine lo crivellarono di colpi.
Avevano fretta, sapevano che a momenti qualcuno avrebbe cercato di fermarli ed
inoltre le munizioni stavano finendo. Quindi estrassero dalle tasche sui
pantaloni delle microbombe adesive non più grandi di due centimetri quadrati e
ne applicarono rapidamente una su ogni dipinto appeso alle pareti della sala
(una microbomba da sola produce una deflagrazione modesta, appena sufficiente
per distruggere un armadio o un uomo). Mentre si dirigeva verso l'uscita,
calpestando i cadaveri insanguinati, il ragazzo biondo udì un debole gemito.
L'uomo ai suoi piedi respirava ancora, sebbene a malapena. Era ferito sul lato
destro del torace, aveva perso molto sangue. Il ragazzo riconobbe
immediatamente i fiori stampati sulla camicia dell’uomo. Fiori fragili e
patetici, come bambini supplicanti in un paesaggio di morte. Si inginocchiò,
prese la testa dell'uomo fra le mani e lo guardò negli occhi. L'uomo
agonizzante allargò gli occhi in una espressione di orrore impotente. Aveva
riconosciuto gli occhi del ragazzo. Adesso sapeva che in fondo a quegli occhi
c'era il male. Lui aveva sempre negato l'esistenza del male. Aveva sempre
creduto che gli uomini fossero tutti buoni, che il male fosse solo una nuvola
che, di tanto in tanto, portava brutto tempo sulla superficie del loro cuore.
Una nuvola che il dialogo e la tolleranza avrebbero avuto il potere di
annientare. Il dialogo, la tolleranza e il pacifismo improvvisamente gli
apparivano per quello che erano: idoli, menzogne diaboliche. Le menzognere
giustificazioni che gli ignavi accampano per sottrarsi al dovere della lotta.
La lotta contro il male dentro di sé e fuori di sé. Lotta contro il peccato e
lotta contro i malvagi. Ma senza l'aiuto di Dio, l'uomo non può vincere. Solo
una forza sovrumana può sconfiggere il male e la morte, sua sorella. Ad un
passo dalla morte, l'uomo finalmente capiva quello che non aveva mai voluto
capire. Capiva di non potere fare a meno di Dio. Con una espressione di
derisoria compassione, il ragazzo dagli occhi azzurri poggiò la canna della
pistola fra i suoi occhi. Rivolgendo un ultimo pensiero ai suoi cari, l'uomo
sussurrò "Ave Maria…". E partì il colpo. Il ragazzo si alzò e
raggiunse in fretta la sala attigua, dove gli altri tre avevano già finito di piazzare
le microbombe sui dipinti di Leonardo da Vinci e del Perugino. Quindi
raggiunsero il corridoio e si misero a correre verso la sala di Giotto. A pochi
metri dalla meta, videro arrivare in fondo al corridoio alcuni poliziotti con
le armi spianate. Quindi si udì un boato, che fece tremare le pareti.
Nella sala del Botticelli e nella sala di Leonardo erano esplose le microbombe.
I poliziotti si fermarono per qualche istante, attendendo di capire cosa stesse
succedendo. I quattro invece non smisero di correre fin quando non furono
dentro la sala di Giotto. Salirono sulla pedana al di sotto della Madonna
d'Ognissanti di Giotto, poggiarono le spalle al dipinto e aspettarono.
Dopo una decina di secondi, la sala era piena di poliziotti. Erano in
trappola, ma non sembravano preoccupati. Ora che il pubblico era affluito in
sala, potevano dare lo spettacolo finale. Sui loro volti era accennato lo
stesso sorriso di tranquillo trionfo. Mentre un poliziotto intimava loro di
gettare le armi, le loro mani destre raggiungevano i loro cuori, dove erano
attaccate delle microbombe. I brandelli dei loro corpi schizzarono per tutta la
sala. Molti poliziotti erano feriti, due erano ridotti in fin di vita. Il
dipinto di Giotto era completamente distrutto. Mezzo minuto dopo l'esplosione,
un ragazzo molto alto in fondo alla sala premette il tasto dello stop sulla
minuscola telecamera digitale attaccata all'asticciola destra dei suoi occhiali
(modello molto in voga nel 2019). Era un complice dei quattro, vestito
accuratamente all'ultima moda. Aveva ripreso a distanza tutte le fasi
dell’attentato. I poliziotti lo avevano trovato rannicchiato a terra in un
angolo della sala di Giotto appena vi erano entrati, poco prima che i quattro
si facessero saltare per aria. Si copriva la testa, fingendosi impaurito.
Sembrava davvero un turista scampato alla strage che non era riuscito a
raggiungere l'uscita del museo insieme agli altri fuggiaschi. Un poliziotto gli
intimò di uscire velocemente dalla sala. Il ragazzo andò ad appoggiarsi sul
muro sul lato dell'uscita, in punto tranquillo. Nessuno faceva più caso a lui.
In quei momenti concitati, i poliziotti avevano ben altro a cui pensare. Così
completava indisturbato le sue riprese. Alla fine, approfittando della
confusione generale, uscì dall'edificio senza farsi notare. Poche
ore dopo aveva già pubblicato su You-tube il filmato completo
dell'attentato agli Uffizi.
Il
giorno successivo, migliaia di musulmani festeggiarono rumorosamente l'attentato
degli Uffizi in tutte le città d'Europa. Sulle tv satellitari arabe non si
faceva altro che parlare dei "quattro eroi di Firenze", in
particolare del ragazzo biondo, il leader del commando. Si trattava di un ex
tossicodipendente svedese di ventotto anni che alcuni mesi prima, stanco dei
rave party, si era convertito alla causa della distruzione dell'Occidente. Nei
mesi seguenti, i telepredicatori arabi incitarono ripetutamente i musulmani a
distruggere gli "empi idoli" degli infedeli. Dopo la strage degli
Uffizi, tutti i maggiori musei d'Europa e d'America avevano rafforzato la
vigilanza. Ma nelle antiche chiese d'Italia giacevano incustoditi migliaia di
dipinti e sculture che raffiguravano la Madonna, Cristo e i santi. Nel giro di
pochi mesi, centinaia di minorenni musulmani danneggiarono irreparabilmente la
maggior parte di questi dipinti e sculture. Un kamikaze di undici anni si fece
esplodere davanti alla mistica e sensuale statua di Santa Teresa
scolpita da Gian Lorenzo Bernini, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria in
Roma. Una tv satellitare araba produsse in pochi giorni un video in onore
dell'eroico undicenne. Nel video, un ragazzino scompariva in una nuvola di fumo
artificiale davanti ad una maldestra riproduzione in cartapesta dell'opera del
Bernini e, dopo una dissolvenza, correva felice su un campo fiorito al tramonto
fino alle porte del paradiso. Il video fu trasmesso tutti i giorni, per un
anno, nella fascia oraria dedicata ai programmi per bambini. Ma il peggio
doveva ancora venire. Nel cuore della notte del 25 maggio 2020, ad un anno
dalla strage degli Uffizi, centinaia di terroristi entrarono di sorpresa in
alcuni dei più grandi musei d'Europa, li diedero alle fiamme e infine li fecero
saltare per aria, suicidandosi ed uccidendo numerosi poliziotti e pompieri. La
prima, gigantesca esplosione avvenne alle tre di notte in punto nell'ala
sinistra del Louvre a Parigi, verso la Senna, dove erano conservati i più
grandi capolavori della antica pittura italiana, francese e spagnola. Alle tre
e sei minuti in punto saltava per aria il settore più importante della National
Gallery a Londra. Alle tre e dodici minuti in punto saltava per aria il settore
più importante del museo del Prado a Madrid. Alle tre e diciotto minuti in
punto saltava per aria il settore più importante del museo di Vienna. Le
esplosioni erano avvenute tutte a sei minuti di distanza l'una dall'altra. Sei,
sei, sei. La strage della bellezza.
Eppure gli europei avrebbero dovuto
immaginarlo che prima o poi questo sarebbe successo. Avrebbero dovuto capirlo
che il loro patrimonio artistico era in pericolo. Nel marzo del 2001 i talebani
avevano distrutto i due giganteschi Buddha scolpiti sulla roccia di Bamiyan
davanti agli occhi inorriditi del mondo intero. Gli estremisti islamici d'ogni
genere e grado lo dicevano da tempo, che volevano ripulire il mondo intero
dalle altre religioni e dai loro "idoli", come i due poveri Buddha.
In realtà, essi hanno sempre voluto spazzare via non solo gli "idoli"
ma ogni genere d’arte non islamica. Infatti tutta l'arte non islamica si basa
su ciò che è vietato dall'Islam: la rappresentazione della realtà. Per aggirare
il divieto della rappresentazione, gli artisti islamici dei secoli d'oro
trasformavano le figure animali e vegetali in astratti arabeschi geometrici
oppure in lettere, sillabe e parole. L’arte islamica ha una straordinaria
qualità decorativa.
I
musulmani non possono rappresentare il mondo e l'uomo perché credono che Dio
sia infinitamente lontano dal mondo e dall'uomo. Invece i cristiani possono
rappresentare perfino Dio perché credono che Dio sia entrato nel mondo e si sia
fatto uomo. Nell'ottavo secolo dopo Cristo molti cristiani d'Oriente,
influenzati dall'Islam, abbracciarono l'iconoclastia, un’eresia che vietava la
rappresentazione di Cristo, della Madonna e dei santi. Il secondo concilio di
Nicea, tenutosi nel 787, ha condannato definitivamente l’eresia iconoclasta.
Infatti il rifiuto della rappresentazione di Cristo adombra il rifiuto del
dogma dell’Incarnazione. I fedeli hanno bisogno di pregare davanti alle
immagini di Cristo, della Madonna e dei santi. Tuttavia gli artisti cristiani
non rappresentano solo Cristo, la Madonna e i santi. Non c’è nulla del mondo
che essi non rappresentino, perché il Cristianesimo afferma che Dio è entrato
nel mondo, illuminandolo. Gli artisti cristiani amano rappresentare soprattutto
i volti dell’uomo e della donna, perché il Cristianesimo afferma che Dio si è
fatto uomo nascendo da una donna. Umanizzando il divino, il Cristianesimo
divinizza l'umano. Essi rappresentano il corpo umano senza veli, in quanto
credono che Cristo sia risorto col suo corpo. I cristiani credono che la carne
non sia la "prigione" ma sia il "tempio" dell'anima, e che
sia destinata a risorgere insieme all’anima. Solo gli scrittori cristiani hanno
saputo sviluppare pienamente il tema dell'amore fra l'uomo e la donna, in
quanto solo il Cristianesimo attribuisce pari dignità all'uomo e alla donna. Al
di fuori dell'Occidente, gli uomini trattano le donne non come persone ma come
semplici oggetti sessuali, ventri per partorire. Solo gli scrittori occidentali
hanno saputo vedere qualcosa di divino nell'amore che lega l'uomo alla donna,
in quanto solo il Cristianesimo afferma che l'uomo e la donna sono ad immagine
e somiglianza di Dio. Portando l'uomo verso la donna e la donna verso l'uomo,
l'amore-eros porta l'uomo e la donna anche verso Dio (come diceva papa
Ratzinger in Deus caritas est). La Divina commedia narra la
storia di un uomo portato al cospetto Dio dalla donna amata. Beatrice è figura
di Cristo, Dio incarnato.
Gli
estremisti islamici odiano l'arte di tutte le civiltà non islamiche, ma
specialmente l'arte della civiltà cristiana. La odiano in primo luogo per la
sua carnalità piena di fede nell'incarnazione. L'arte più pagana e sensuale del
Rinascimento ha sempre un residuo mistico. E l'arte più mistica e spirituale
del Medioevo ha sempre qualcosa di sensuale. Nel momento di passaggio fra il
Medioevo e il Rinascimento, Botticelli rappresentò le virtù teologali come leggiadre
fanciulle dalle sensuali nudità. La Santa Teresa del Bernini era mistica
e sensuale. Ma gli islamisti odiano l'arte della civiltà cristiana soprattutto
per la sua eccessiva, scandalosa bellezza. Questa bellezza li turba, li seduce.
Fa traballare le loro certezze. Infatti la bellezza genera amore, e loro odiano
l'amore. Amano soltanto l'odio, la loro droga. La bellezza ferisce l’anima, e
loro non vogliono esserne feriti. La bellezza apre nell'anima la ferita della
nostalgia. Nostalgia dell'infinito. Tutta la bellezza del mondo è segno di un
altro mondo più vero. I "quattro eroi di Firenze" ferirono a morte la
bellezza dell'arte cristiana per non esserne più feriti. E suicidandosi, si
unirono misticamente all'Odio. Per l'eternità.
Fine
prima parte